Le recensioni dei film candidati agli Oscar 2022 ðŸ†

Il 27 marzo (o meglio nella notte del 28 marzo, per chi sarà in Europa) si terrà presso il Dolby Theater di Los Angeles la 94ma edizione degli Academy Awards, meglio noti come Oscar.

Tra polemiche dovute a decisioni decisamente poco popolari dell’Academy (come quella di non trasmettere in tv alcuni premi “minori”), ascolti in caduta libera delle ultime edizioni, un sempre maggiore assalto delle piattaforme di streaming e una generale confusione su quale genere di cinema premiare, l’annata non parte sotto i migliori auspici, ma nonostante tutto i film rimangono.

Ecco quindi le recensioni dei film che hanno ricevuto più candidature agli Oscar 2022, insieme a quelli che, pur non avendo fatto incetta di nomination, potrebbero aggiudicarsi i premi più ambiti.

Di seguito le recensioni di Drive My Car, Una famiglia vincente – King Richard, Licorice Pizza, Belfast, La figlia oscura, Il potere del cane, A proposito dei Ricardo, Don’t Look Up, Spencer, È stata la mano di Dio, La persona peggiore del mondo… [in aggiornamento con nuovi titoli].

Buona lettura, e che vincano i migliori!

(E nel caso non abbiate ancora recuperato i film vincitori del 2021 e abbiate voglia di orientarvi, li trovate qui)


Drive My Car (Doraibu mai kā)

Ryūsuke Hamaguchi, 2021

4 nomination: miglior film, miglior film internazionale, miglior regia, migliore sceneggiatura non originale

Probabilmente la sorpresa più grande della stagione 2021: un film giapponese di tre ore con una trama incentrata su una pièce di Cechov e una Saab rossa del 1987 che non solo riscuote consensi negli ambienti festivalieri, ma (come Parasite nel 2019) si guadagna addirittura una nomination come miglior film agli Oscar.

Drive My Car è l’adattamento, decisamente ampliato, di un racconto di Haruki Murakami tratto dal bestseller Uomini senza donne, e dalle originarie quaranta pagine il regista ha tratto un film che si prende tutto il suo tempo, dando valore ai silenzi, agli sguardi e al paesaggio.

Siamo nel Giappone contemporaneo, e il protagonista è l’attore e regista teatrale cinquantenne Yūsuke Kafuku, un taciturno che ama sua moglie e la sua auto, un’utilitaria rossa vecchia di trent’anni mantenuta con tutte le cure. Il nostro vive un evento trasformativo di cui è meglio non rivelare l’entità, e da lì si passa con un flash-forward a due anni più tardi, quando gli si presenta l’occasione di dirigere la pièce di Cechov Zio Vanja a Hiroshima.

Sarà un modo per riaffrontare i traumi del passato e avere inattese rivelazioni, nonché per incontrare una variegata compagnia teatrale e stringere un rapporto con un’altra figura taciturna, la giovane autista Watari, alla quale concede con qualche tentennamento di “guidare la sua auto” come da titolo.

Il film funziona molto meglio quando a emergere è il realismo magico di Murakami, che a livello cinematografico ricorda le coincidenze quasi soprannaturali di un Kieslowski, con colpi di scena o corrispondenze tra arte e vita che valgono le estenuanti lentezze introspettive di molte scene. Al contrario, quando sceglie la strada del patetismo facile, mettendo in mezzo lutti, traumi e infanzie difficili, è dura non avere la sensazione di essere stati presi all’amo da un’”estetica del broncio” che come già l’anno scorso con Nomadland, vuole commuovere senza troppi sforzi.

Una famiglia vincente – King Richard (King Richard)

Reinaldo Marcus Green, 2021

6 nomination: miglior film, miglior montaggio, migliore attore protagonista a Will Smith, migliore attrice non protagonista a Aunjanue Ellis, migliore canzone, migliore sceneggiatura originale

Un film che ha essenzialmente come funzione principale quella di permettere a Will Smith di vincere l’agognata statuetta come miglior attore, missione persa per vent’anni dai tempi di Alì (2001) passando per La ricerca della felicità (2006) del nostro Muccino.

E bisogna dire che il buon Smith fa anche un lavoro egregio, tanto che – sarà per la faccia invecchiata e la barbetta brizzolata – ci si dimentica per larga parte del film di avere di fronte l’ex principe di Bel-Air, cacciatore di alieni, genio di Aladdin e chi più ne ha più ne metta, e si crede davvero che a parlare sia Richard Williams, padre delle celebri star del tennis Venus e Serena Williams.

È indubbio che sia un caso più unico che raro quello di due sorelle, oltretutto afroamericane del ghetto di Compton in uno sport prevalentemente a tinta bianca, che siano entrambe arrivate ai più alti livelli del loro sport, e il film sposa la tesi secondo cui in questo miracolo abbia avuto una buona parte la dedizione ossessiva del padre, che prima ancora della loro nascita (e questo è piuttosto inquietante) le “programmò” per diventare campionesse della racchetta.

King Richard segue soltanto la prima fase della carriera delle sorelle, quella fino all’adolescenza e ai primi exploit nel tennis professionistico, e si concentra prevalentemente sul carattere di quest’uomo affabulatore e maniacale, che sarebbe stato un ottimo venditore di auto usate ma che si dà come missione quella di promuovere il talento delle figlie affinché venga loro data una chance, anche a costo di rasentare la dittatura.

Troppo lungo (al solito, di questi tempi) e troppo hollywoodiano, ma interessante come studio sul personaggio pur rimanendo troppo ambiguo nel giudizio sui metodi di “re Richard”, con il risultato che le due future campionesse, ovvero quelle che Wimbledon l’hanno vinto sul campo, diventano due figurine bidimensionali plasmate in tutto e per tutto dal padre-progettista.

Licorice Pizza

Paul Thomas Anderson, 2021

3 nomination: miglior film, miglior regia, migliore sceneggiatura originale

Where were you in ’62?, “Dov’eravate nel ’62?”: così recitavano nel 1973 le locandine di American Graffiti di George Lucas, che dipingeva con infinita nostalgia l’estate californiana di appena un decennio prima. Allo stesso modo, in un gioco di riflessi ultradecennale, oggi si potrebbe scrivere “Dov’eravate nel ’73?” per promuovere Licorice Pizza, l’ultimo film di Paul Thomas Anderson ambientato proprio in California e proprio nel 1973.

A questa domanda, il regista potrebbe rispondere che si trovava proprio lì: a Encino, sobborgo nella valley di Los Angeles, e nonostante avesse solo tre anni, quelle atmosfere californiane a metà tra la Summer of love e la Famiglia Manson devono essergli rimaste addosso, visto che dopo Boogie Nights (1997) e Vizio di forma (2014), questo è il terzo film che ambienta in quel luogo e in quell’epoca.

Se però il dove e il quando sono gli stessi, quello che stavolta è completamente diverso è il come: laddove PTA ci aveva abituati a un cinema raffinato e ambizioso, stilizzato e spesso freddo, all’età di cinquantun anni il regista losangelino ci trascina in un film adolescente come… [il resto della recensione, già pubblicata in un articolo precedente, è a questo link].

West Side Story

Steven Spielberg, 2021

7 nomination: miglior film, miglior regia, migliore attrice non protagonista a Ariana DeBose, migliore fotografia, miglior sonoro, migliore scenografia, migliori costumi

Per chi non avesse mai visto la versione originale di questo film, diretta da Jerome Robbins e Robert Wise nel 1961 a partire da un musical di Leonard Bernstein e Stephen Sondheim, mi risparmio la fatica riciclando quanto detto in un altro “Mi consigli un film”: la trama, se fossimo obbligati a sintetizzarla in una frase a effetto come facevano ne I protagonisti di Robert Altman, sarebbe piuttosto semplice: Romeo e Giulietta tra le gang di New York negli anni ’60, con canzoni e balletti. Alla fine non c’è molto altro: ragazza ama ragazzo, ma lei è portoricana e sorella del leader degli Sharks, che si contendono il dominio delle strade con i Jets, e lui, pur riluttante, sta con i rivali: non può che finire in tragedia.

Quello che lo ha reso un film di grandissimo successo è il modo in cui tutto questo prende vita: innanzitutto con la musica di un grande genio del Novecento, Leonard Bernstein, perfetto anello di congiunzione tra musica classica, jazz e accessibilità pop; poi con le coreografie magniloquenti delle gang in azione, girate con modernissimo dinamismo; poi con la fotografia, che rende i vicoli luccicanti e sfrutta perfettamente l’ambientazione urbana per passare dalla realtà al sogno; infine con i testi di Stephen Sondheim, che non hanno nulla di scontato e manierista nell’infarcire una storia d’amore di politica e sociologia.

Ecco, la domanda a questo punto è: fatta la tara sulla mania hollywoodiana di fare remake, reboot, prequel e rifacimenti di ogni film mai girato, che motivo aveva Steven Spielberg di rifare un film del genere sessant’anni dopo, e rifarlo (quasi) tale e quale? Sì, perché Spielberg potrebbe anche meritarsi un altro Oscar alla regia, vista l’indubbia (e non sorprendente) bravura, ma quando sei uno che ha personalmente firmato alcuni tra i film più noti della storia del cinema, che bisogno c’è di rifarne uno con la massima maestria ma senza un po’ di originalità?

L’operazione sembra un misto tra il desiderio infantile di un anziano signore che vuole accostarsi a un suo mito giovanile e un gesto pedagogico per avvicinare le nuove generazioni a un oggetto di indubbio valore, ma per chi abbia già visto l’originale, quando finiscono lo sfarzo, le luci e le performance magistrali, si resta con il rimpianto di non aver visto un nuovo Spielberg invece che un Robert Wise rimesso a nuovo. Insomma: magistrale (per chi ama i musical), ma inutile.
(Detto questo, commovente la dedica “Per papà”, alla memoria del padre scomparso a ben 103 anni nel 2020)

Belfast

Kenneth Branagh, 2021

7 nomination: miglior film, miglior regia, miglior sonoro, migliore attore non protagonista a Ciarán Hinds, migliore attrice non protagonista a Judi Dench, migliore canzone, migliore sceneggiatura originale

Percorso decisamente anomalo quello di Kenneth Branagh: negli anni Novanta era diventato un Re Mida in grado di trasformare opere di Shakespeare vecchie quattro secoli in successi al botteghino con cast stellari; poi, una graduale scomparsa dai radar, fino a farsi rivedere baffuto come Hercule Poirot nei recenti adattamenti da Agatha Christie o in un paio di blockbuster di Christopher Nolan come Dunkirk Tenet.

In realtà poi ci si rende conto che Branagh non è stato affatto con le mani in mano, e che ha continuato a firmare come regista alcuni kolossal come Thor o Cenerentola, nonché i due gialli con Poirot di cui è protagonista. Stupisce quindi semmai vederlo impegnato in un progetto così personale come questo Belfast, che sembra quasi un esordio, girato in bianco e nero e ispirato ai suoi ricordi d’infanzia nella città nordirlandese del titolo.

Città che, si sa, non è un posto qualunque, soprattutto alla fine degli anni Sessanta, quando i cosiddetti Troubles tra cattolici e protestanti causano una guerra civile tra vicini di casa e costringono molte famiglie a emigrare pur di vivere senza il terrore di violenze e attentati. Buddy, l’alter ego del regista, è un ragazzino di soli nove anni quando scoppiano le tensioni, e la sua vita si svolge nel perimetro della sua via, tra genitori poveri ma belli, un fratello più grande e due adorabili nonni (Judi Dench e Ciarán Hinds, come non amarli).

In mezzo a una sfilza di pezzi del local boy Van Morrison (menzione speciale per Carrickfergus) si consuma la vita di questo fin troppo adorabile ragazzino col ciuffo, tra prime cotte, incertezze religiose e separazioni dolorose.

Sarà per una locandina con Buddy al cinema che sembra ripresa pari pari, ma il film ha tanto l’aria di un Nuovo Cinema Paradiso in salsa bionda: un protagonista che è l’apoteosi del tenero, nostalgia autobiografica, neorealismo e lacrimoni un po’ ricattatori. Per metà film bastano a farlo apprezzare, ma per l’altra metà si gira in tondo con un sospetto sentore disneyano tutt’intorno.

La figlia oscura (The Lost Daughter)

Maggie Gyllenhaal, 2021

3 nomination: migliore attrice non protagonista a Jessie Buckley, migliore attrice protagonista a Olivia Colman, migliore sceneggiatura non originale

Maggie Gyllenhaal, già stimata attrice, esordisce alla regia con un adattamento da un libro meno noto di Elena Ferrante, evidentemente accaparrato in tempo vista l’enorme popolarità dell’autrice misteriosa anche negli Stati Uniti, e visto che era l’ultimo rimasto da adattare dopo i vari film o serie tratti da L’amore molesto (nel 1995), I giorni dell’abbandono (2005), L’amica geniale (2018-) e La vita bugiarda degli adulti (2022).

Per la protagonista si affida a un’ormai intoccabile Olivia Colman, che se la gioca solo con Frances McDormand nei ruoli (piuttosto rari a Hollywood) che prevedano donne di mezz’età dalla forte personalità e poco timorose di apparire lontane dagli standard estetici a cui il cinema tende ad abituarci.

In questo caso il personaggio è quello di una professoressa di letterature comparate, divorziata e con due figlie adulte, che se ne va in vacanza da sola su un’isola greca. L’incontro con la popolazione del posto non sarà dei più felici: il suo essere una donna indipendente, colta e moderna non verrà ben visto dai maschi locali, e ancora meno da un gruppo di villeggianti che sembrano la versione ellenica dei protagonisti di Gomorra.

Soprattutto, però, il soggiorno sarà l’occasione per far riaffiorare alla memoria dolorosi ricordi di vent’anni prima (interpretati in lunghi flashback da Jessie Buckley, già vista in Sto pensando di finirla qui), quando le figlie erano bambine e la professoressa poco pronta al ruolo di madre.

La figlia oscura è molto abile nel riprodurre sullo schermo certe dinamiche di scontro, di imbarazzo o di difficile comunicazione, che siano tra classi sociali diverse o tra generi diversi, e sia Olivia Colman che la sua versione giovanile Jessie Buckley trasmettono bene queste difficoltà. Per il resto, però, è difficile non provare un certo senso di oppressione e desiderio di maggiori sviluppi durante buona parte del film.

Il potere del cane (The Power of the Dog)

Jane Campion, 2021

11 nomination: miglior film, miglior montaggio, miglior regia, miglior sonoro, migliore attore non protagonista a Jesse Plemons, migliore attore non protagonista a Kodi Smit-McPhee, migliore attore protagonista a Benedict Cumberbatch, migliore attrice non protagonista a Kirsten Dunst, migliore colonna sonora originale, migliore fotografia, migliore sceneggiatura non originale, migliore scenografia

Una regista molto stimata negli ambienti più raffinati (il suo Lezioni di piano Ã¨ stato uno dei più grandi successi d’autore del cinema anni Novanta) torna dopo dodici anni dietro la macchina da presa con un cast decisamente notevole e si aggiudica un Leone d’argento alla miglior regia e nomination agli Oscar come se piovesse.

Quello che stupisce è che, nonostante l’evidente stima che l’Academy ha per Jane Campion, nonostante i soldi di Netflix e nonostante abbia dalla sua divi come Benedict Cumberbatch, Kirsten Dunst e Jesse Plemons (irriconoscibile dagli esordi in Breaking Bad), il suo film sia quanto di meno commerciale e appetibile per un pubblico che vada oltre i festival.

La storia si rifà all’omonimo romanzo del 1967 di Thomas Savage, si svolge nel Montana del 1925, alla fine dell’era dei cowboy, e vede protagonisti due fratelli (Cumberbatch e Plemons) dai tratti caratteriali opposti: aggressivo e machista il primo, mite e dimesso il secondo.

Quando il fratello “debole” spezza la loro quotidianità famigliare sposandosi, e prendendo con sé il figlio adolescente della moglie, Cumberbatch si lancia in una crociata passivo-aggressiva contro i nuovi arrivati, in un gioco di nervi che ha a che fare anche con segreti personali inconfessabili che rischiano pericolosamente di rivelarsi.

Un western che del western ha solo i paesaggi (oltretutto neozelandesi) e certe asprezze, ma che per il resto è una sorta di pièce teatrale di tensione trattenuta alla Harold Pinter, prolungata allo spasmo senza mai esplodere, e che nel frattempo genera una notevole noia. Affascinante nei suoi silenzi, nei suoi non detti e nella rappresentazione di un mondo ancestrale fatto di regole e tabù; per il resto, difficile da reggere fino in fondo senza cedere al sonno.

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