Se la strada potesse parlare: un Malick ad Harlem

Se la strada potesse parlare è il titolo di un libro del 1974 (pubblicato in Italia da Rizzoli nel 1979) di James Baldwin, autore piuttosto misconosciuto in Italia ma considerato uno dei maggiori scrittori statunitensi del secondo Novecento, soprattutto per il suo impegno nel dare voce alla comunità afroamericana.

Proprio a lui era dedicato I Am Not Your Negro, documentario del 2016 di Raoul Peck che attraverso le sue parole scritte negli anni Sessanta affrontava il razzismo ancora presente nella società americana, ma la sua opera era stata ignorata dal cinema di finzione, almeno finora.

L’ingresso nel mondo delle trasposizioni cinematografiche avviene infatti grazie a Barry Jenkins, regista di grido atteso al varco dopo Moonlight (2016), che oltre al grande successo di critica è rimasto impresso nella memoria di molti per la rocambolesca vittoria dell’Oscar come miglior film, annunciata dopo che per errore dal palco era stato chiamato La La Land di Damien Chazelle.

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Proprio come in Moonlight, Jenkins sceglie di adattare un testo altrui (in quel caso una pièce teatrale) e di tornare su un tema che gli sta a cuore: l’esperienza di vita afroamericana, in questo caso trasposta nella Harlem degli anni Settanta ma tuttora valida in tempi di Black Lives Matter.

I protagonisti sono Tish e Alonzo detto Fonny, due ventenni newyorchesi che nonostante le difficoltà economiche, l’avversione della famiglia di lui e il fatto di non essere sposati, accolgono con gioia e determinazione la notizia di aspettare un bambino.

Le cose si complicano però quando Fonny viene accusato di stupro da una donna, probabilmente solo perché nero, e i due vengono divisi dal suo arresto, che lascia Tish sola, incinta e divisa tra l’angoscia per la sorte del suo uomo e la resilienza nel tenere vivo il loro amore.

Il film si sviluppa come una serie di lunghe sequenze teatrali, un kammerspiel trasposto nella Harlem delle giacche colorate, in cui lo spettatore ha fin troppo tempo per conoscere i personaggi, dai due protagonisti alle loro famiglie ai loro amici, in una serie di continui incroci tra storia d’amore intimista e dramma sociale collettivo.

L’impronta romanzesca è molto marcata, con la voce off di Tish che racconta in prima persona la sua storia, ma Jenkins dimostra di voler sfruttare il mezzo cinematografico invece di annullarlo, e riempie il suo film di una quantità decisamente ripetitiva di ralenti e perfino di fotografie in bianco e nero che irrompono a spezzare la continuità narrativa. Il tutto ricorda in alcuni casi lo stile di Terrence Malick: un’eleganza manierista che dietro alla bella fotografia, all’ottima colonna sonora, alla composizione formalmente ineccepibile e alla grande recitazione non presenta contenuti all’altezza dello stile.

Lunghi silenzi, vicende dilatate all’inverosimile, primi piani che sembrano voler rendere ogni scena una scena madre, e allo stesso tempo la voglia di trattare un tema politicamente impegnato che con una storia personale rappresenti un’intera comunità: la carne al fuoco è decisamente troppa, e la sensazione è quella di un regista che ha sfruttato la carta bianca dell’Oscar per rinunciare a ogni limite commerciale.

E quando a un regista non vengono imposti limiti, spesso il risultato è solo un trionfo di ambizione.

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