Consigli per tutti e anche qualche film decisamente sconsigliato, cosรฌ da evitare rischi.
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Di seguito le recensioni di: Cortesie per gli ospiti, Listen to Me Marlon, La febbre del sabato sera, The Place, Tonya.
Via al volume 20! (qui l’archivio con tutti gli altri volumi, e qui tutti i film in ordine alfabetico)
Cortesie per gli ospiti (The Comfort of Strangers)
Paul Schrader, 1990

Uno dei film piรน affascinanti visti da parecchio tempo, e dico โaffascinanteโ e non โbelloโ perchรฉ la sua imperfezione e irrisolutezza fanno quasi arrabbiare, ma il fascino e il mistero del film continuano ad aleggiare a lungo nonostante tutto (Mulholland Drive di David Lynch รจ probabilmente unโopera con caratteristiche simili).
La storia si puรฒ racchiudere in poche parole: la giovane e sexy coppia britannica Rupert Everett-Natasha Richardson รจ a Venezia per una vacanza in cui possano ritrovare il proprio rapporto, e lรฌ fa casualmente conoscenza con una coppia piรน anziana (gli immensi Christopher Walken e Helen Mirren) che, con modi a metร tra il cordiale e lโinquietante, li trascinerร in un mondo oscuro e malato.
Lโambientazione in una Venezia di nebbie e misteri รจ la stessa di A Venezia… un dicembre rosso shocking (Nicolas Roeg, 1973), il passo lento e vuoto dโazione รจ quello dellโAvventura di Antonioni, e lโincontro-scontro tra due coppie molto diverse anticipa Luna di fiele di Polanski (1992, giร recensito qui). Paul Schrader perรฒ aggiunge una bellezza sensoriale memore di quella del suo American Gigolรฒ fatta di corpi sensuali, palazzi nobiliari, vestiti Armani, interni lussureggianti, carrellate eleganti, musiche penetranti di Angelo Badalamenti e luci calde di Dante Spinotti.
Il resto invece รจ un incubo che ricorda molto Lynch, e per il quale il merito va attribuito a metร a Ian McEwan, dal cui romanzo omonimo รจ tratto il film, e Harold Pinter, drammaturgo premio Nobel che lo ha adattato in una sceneggiatura. La faccia e i toni da alieno di Walken sono perfetti per dialoghi antinaturalistici, lasciati non spiegati, che ricordano il Frank Booth di Dennis Hopper in Velluto blu o il cinema di Peter Greenaway, e il tutto, a metร tra horror psicologico e cartolina, lascia unโimpressione duratura pur spiazzando e deludendo sul finale.
Listen to Me Marlon
Stevan Riley, 2015

Marlon Brando (1924-2004) รจ probabilmente lโicona del divo hollywoodiano novecentesco per eccellenza: insieme a James Dean, ancora oggi รจ a lui (cosรฌ come a Marilyn per la controparte femminile) che si fa riferimento quando si pensa a un attore giovane, bello e notissimo.
Talmente sono diventati iconici il suo nome e il suo volto che forse il Brando attore รจ ormai una reliquia del passato, e se i suoi ruoli piรน maturi come nel Padrino, Ultimo tango a Parigi o Apocalypse Now sono ancora visti, i film che lโhanno reso lโattore piรน dirompente della sua epoca come Fronte del porto, Un tram che si chiama desiderio o Il selvaggio sono ormai anticaglie da archivio.
Ecco quindi che guardare questo documentario britannico significa conoscere Brando non solo come attore, ma come uomo, in una maniera cosรฌ intima e immersiva che sembra quasi di spiarlo dal buco della serratura del suo psicanalista. Il regista Stevan Riley ha infatti avuto accesso allโenorme tesoro di circa 300 ore di audiocassette registrate da Brando come hobby e autoterapia nel corso di molti decenni, e il film non รจ che la loro sintesi unita a interviste dโepoca, cosicchรฉ in tutto il film รจ solo e soltanto Brando a parlare.
Il risultato รจ un tuffo in una mente lucidissima e profonda, tormentata allโinverosimile e totalmente cosciente del suo gioco da โbuon truffatoreโ per apparire come un divo e non come il pensatore senza autostima che era, uno che odiava il suo personaggio brutale Stanley Kowalski perchรฉ ci rivedeva il padre violento e non aveva nulla a che fare col suo carattere.
โDevi riuscire a bloccare il movimento del popcorn verso la bocca, la gente deve smettere di masticareโ: รจ questo il suo diktat come attore, ma perfino delle sue scene piรน celebrate, come il dialogo col fratello in Fronte del porto (poi ripreso da De Niro in Toro scatenato) dice che non era poi recitata cosรฌ bene, ma il pubblico la premiรฒ perchรฉ tutti in fondo si sentono dei falliti, tutti avrebbero potuto essere โa contenderโ senza riuscirci.
Alla fine ci si sente quasi depressi per contagio, visto il tono inflessibile con il quale il protagonista si giudica senza sosta e trasmette un senso profondo di insoddisfazione implacabile, ma si รจ comunque grati di aver avuto lโoccasione di entrare per due ore nella mente di un un fine psicologo che non ha mai smesso di autoanalizzarsi, e nel frattempo รจ anche diventato lโattore piรน famoso del mondo.
La febbre del sabato sera (Saturday Night Fever)
John Badham, 1977

Difficile dire qualcosa su un film che ormai ha trasceso da decenni il suo status di opera cinematografica per dare vita a un immaginario, a un suono, a mille imitazioni, a una frase di uso comune.
Se perรฒ ci si pone con occhi curiosi di fronte al film che rese John Travolta una star dalla mattina alla sera, si puรฒ scoprire che ciรฒ che ne รจ rimasto (la colonna sonora disco dei Bee Gees, il vestito bianco col dito al cielo, le luci strobo della pista da ballo) รจ in realtร una parte piuttosto ridotta del tutto, che non ne dร affatto una sintesi veritiera.
Il personaggio di Tony Manero, commesso in un negozio di vernici nella Brooklyn italoamericana che nel fine settimana riscatta la sua vita misera diventando il re del dancefloor, รจ infatti parente stretto di Rocky Balboa o del giovincello di Karate Kid, con la pista che prende il posto del ring, ma allo stesso tempo รจ anche figlio della New Hollywood piรน ruvida e nichilista.
Il linguaggio sboccato infatti รจ allโaltezza di Tarantino, e in tutto il film si trovano episodi oggi decisamente disturbanti di omofobia, razzismo e soprattutto sessismo che fanno assomigliare Travolta e i suoi compari piรน simili ai mostri di Gomorra o ai gangsta rapper di Straight Outta Compton che a eroi per adolescenti.
Senza contare poi sottotrame a base di stupri, morti, crisi dโidentitร , gravidanze sgradite, squilibri familiari e perfino uno scontro di classe in ambito romantico tra Manero e la sua compagna di balli che evita (quasi) ogni topos trito e ritrito preferendo evidenziare lโarretratezza di chi non si รจ mai spinto al di fuori del proprio quartiere. A volte il dramma spinge un poโ troppo sul kitsch e questo impedisce il salto di qualitร completo a โfilm serioโ, ma stiamo pur parlando di un successo per adolescenti discotecari, e non di un drammone da festival.
Impossibile anche per il rocker piรน trucidi non lasciarsi prendere dalla colonna sonora, e molto divertente col senno di poi la ragazza che dopo un bacio a Travolta fa: “Oddio, ho baciato Al Pacino!”, considerato il fatto che nel giro di un anno quellโattore sconosciuto sarebbe diventato probabilmente ancora piรน popolare dellโoriginale.
The Place
Paolo Genovese, 2017

Purtroppo tendo ad avere un certo pregiudizio negativo rispetto al cinema italiano piรน mainstream, ma sono il primo ad incuriosirmi quando qualcuno si presenta con unโidea originale come lโambientare un intero film in un bar e rendere protagonista una figura misteriosa che potrebbe essere Dio o il diavolo. Ovviamente il mondo sa come deluderti, e cosรฌ scopri che in realtร di originale cโรจ poco, visto che il tutto รจ ripreso pari pari dalla serie statunitense The Booth at the End, ideata da Chris Kubasik nel 2011.
Paolo Genovese, reduce dallโenorme successo di Perfetti sconosciuti, ci ha messo perlomeno il coraggio di puntare su un tale soggetto per il ritorno al cinema, e il risultato รจ tendenzialmente piรน che buono anche se al botteghino fu un flop. La storia vede Valerio Mastandrea nei panni di un uomo senza mestiere e senza nome che, costantemente seduto al tavolino del bar โThe Placeโ, che gli funge da ufficio, riceve come una sorta di psicologo nove personaggi bisognosi del suo aiuto. Aiuto che consiste, molto mefistofelicamente, nel garantirgli di esaudire un loro desiderio purchรฉ compiano unโazione, ogni volta diversa, generalmente immorale o per loro molto difficile da affrontare.
Lโintero film non รจ altro che la rappresentazione dei dialoghi ricorrenti e dellโevoluzione dei compiti affidati da Mastandrea ai suoi โclientiโ, che includono la crรจme del cinema italiano, da Giallini a Rohrwacher, da Borghi a Papaleo (manca solo Favino, forse distratto). Mantenere tutto su un piano astratto e misterioso non รจ abituale per il cinema italiano (viene forse in mente Una pura formalitร di Tornatore), e tenere incollati allo schermo senza mai cambiare ambiente รจ ancora piรน difficile, ma il film si perde un poโ nel finale, quando la ripetitivitร fa capolino e manca una risoluzione veramente sorprendente che lo avrebbe promosso a pieni voti.
Tonya (I, Tonya)
Craig Gillespie, 2017

Per gli spettatori italiani che non siano appassionati di pattinaggio su ghiaccio (e dubito siano la maggioranza), il nome di Tonya Harding non dice nulla, ma negli anni Novanta questa campionessa nata a Portland nel 1970 fu dapprima una stella dello sport olimpico, e poi divenne una sorta di simbolo di infamia e autosabotaggio.
Partita dalle piste piรน provinciali dโAmerica, e cresciuta in ambiente che รจ riduttivo definire white trash, tra roulotte, ignoranza, armi e cattivo gusto, Harding era tutto fuorchรฉ corrispondente allโimmaginario dellโeterea pattinatrice, ma un notevole talento e una determinazione ancora piรน forte la portarono fino alle Olimpiadi.
Tutto prese unโaltra piega quando, allโapice della carriera, lei, suo marito e alcune conoscenze poco raccomandabili si resero protagonisti di uno scandalo sportivo che ne segnรฒ per sempre la carriera.
Margot Robbie sulla carta era una scelta di casting rischiosa, vista la difficoltร nel far credere allo spettatore che una con quella faccia potesse essere una sfigata volgarotta senza futuro legata a un marito bruttarello e pure violento. Lโattrice australiana perรฒ si dimostra molto piรน che un fisico da urlo, e si merita una candidatura allโOscar per come regge il film, coadiuvata dallโottima madre da incubo Allison Janney (Oscar come non protagonista).
Lo stile alterna ricostruzione storica e finte interviste documentaristiche ai protagonisti, il montaggio รจ scorsesiano e vorticoso, i personaggi sono verosimili (seppur assurdi), la riproposizione di vestiari e scenari raffinata, e il tutto mette unโimmediata voglia di andarsi a vedere i filmati originali.
Poi, perรฒ, dallโโincidenteโ in poi il ritmo cala, si fa meno comico e diventa un poโ troppo giร visto, con una seconda parte che purtroppo non riesce a fare di Tonya un personaggio tragico quanto un Jake LaMotta al femminile. Ma il talento cโรจ.
Come sempre, ogni stroncatura di capolavori immortali o apprezzamento di schifezze immonde รจ pubblicata in piena facoltร di intendere e di volere e non รจ sottoponibile ad azione penale da parte di cinefili offesi nellโanimo.
Alla prossima puntata! (qui l’archivio con tutti gli altri volumi, e qui tutti i film in ordine alfabetico)

A questo giro visti piรน della metร (ovvero gli ultimi tre della lista). Da segnalare una curiositร : il regista de La Febbre del Sabato Sera รจ il fratello di Mary Badham, la piccola Scout de Il Buio Oltre la Siepe! The Place lo vidi alla Festa del Cinema di Roma e se ben ricordo mi piacque ma senza esaltarmi (non l’ho mai piรน rivisto). Tonya visto anch’esso alla Festa del Cinema (e poi rivisto al cinema): l’ho amato moltissimo, Margot Robbie รจ strepitosa (e che attrice che รจ la Janney, straordinaria anche in West Wing)
Bentornato, carissimo! Ah, pensa, su Badham non ne avevo idea… Sรฌ sรฌ, mi ricordo quando li vedeste infatti, credo fosse lo stesso anno. Invece ti consiglio molto vivamente i primi due: ho giร detto tutto nelle recensioni su pregi e difetti, ma entrambi mi hanno colpito come non capitava da un po’.