Mi consigli un film? – Vol. 31

Consigli per tutti e anche qualche film decisamente sconsigliato, così da evitare rischi.

Se un film tra quelli recensiti vi incuriosisce, provate a dare un’occhiata all’app JustWatch per scoprire se per caso sia disponibile su Netflix, Prime Video, RaiPlay, Infinity o altre piattaforme di streaming (non mi pagano per la pubblicità!).

Di seguito le recensioni di: Aliens – Scontro finale, Sugar Man, I vivi e i morti, Il camorrista, Mulholland Drive.

Via al volume 31! (qui l’archivio con tutti gli altri volumi, e qui tutti i film in ordine alfabetico)


Aliens – Scontro finale (Aliens)

James Cameron, 1986

Qui il rischio dibattito è alto, e non è nemmeno così facile schierarsi: Alien (già recensito qui) e Aliens, attraverso una semplice letterina di differenza, sono in realtà due scuole di pensiero cinematografiche, due stili opposti, e se si può preferire uno all’altro, è indubbio che nel proprio genere abbiano entrambi fatto scuola.

Onore quindi a James Cameron, che appena reduce dal successo di Terminator (1984) si prese l’onere di realizzare questo atteso sequel, e riuscì non solo a mantenere alto il livello ma a segnare l’intera estetica del cinema d’azione anni Ottanta.

La storia inizia esattamente dove finiva il primo Alien, e Ripley (nota di colore: nel doppiaggio italiano del primo film veniva incomprensibilmente chiamata “Raipli”, qui si torna all’originale “Ripli”) stavolta deve affiancare uno squadrone di marines armati fino al collo che hanno la missione di sgominare un’intera colonia di aliens sul pianeta LV426.

Come diceva lo slogan molto efficacemente, “Questa volta è guerra”: esibizione di muscoli oliati, enormi superfuciloni da potenza sessuale sublimata, gente che “nuclearizza” come niente fosse, soggettive claustrofobiche da videogioco (che hanno insegnato qualcosa allo Spielberg di Jurassic Park), lanciafiamme a go-go, goliardia militaresca, generale estetica cafona e patinata anni Ottanta che non ha più niente del minimalismo kubrickiano del primo film. E in più, una sottotrama di affetto materno tra Ripley e un’orfanella che contribuisce a rendere il tutto più emotivo e blockbuster che in passato, e dà a Ripley una personalità più approfondita che nel primo film.

Tutto è più grande e grosso, dalle armi al mostro alla scenografia, e traspare un’ideologia reaganiana di conquista violenta che, da Predator a Rambo II – La vendetta (scritto, guarda caso, da Stallone e Cameron), resterà come il simbolo di quegli anni. Sicuramente più infantile e semplicistico, ma senza dubbio un giocattolone ben fatto.

Sugar Man (Searching for Sugar Man)

Malik Bendjelloul, 2012

Un documentario imperdibile, tra i più belli, emozionanti e capaci di farci fare pace con la vita dell’ultimo decennio, giustamente premiato con l’Oscar. L’avvertenza è solo una: non leggetene la trama su Wikipedia o dintorni, perché vi rovinerebbe enormemente il piacere della visione.

Vi basti sapere che è un documentario musicale, ma a differenza dei tanti visti negli anni dedicati alle più grandi rockstar di sempre, stavolta il protagonista è un artista di cui pressoché nessuno ha mai sentito una nota: Sixto Rodriguez, cantautore statunitense senza fortuna alcuna che esordì nel 1970 e che sparì rapidamente senza lasciare tracce negli annali del rock.

Dico “pressoché nessuno”, perché in realtà qualcuno lo conosce bene, anzi benissimo: si tratta degli abitanti del Sudafrica, che grazie a una serie di circostanze fortuite ne sanno i dischi a memoria da decenni come fosse Elvis, anche se di lui hanno saputo solo che è morto da anni in circostanze misteriose, senza altri dettagli sulla sua vita privata.

L’indagine lanciata da alcuni appassionati di musica locali negli anni Novanta per scoprire di più sul mistero Rodriguez porterà a scoperte, e cambi di vita, che dimostreranno tutta l’imprevedibilità delle vicende umane, e come a volte un lieto fine sia davvero possibile. Una cosa è certa: quando avrete finito il film, sulla Terra ci sarà un/a nuovo/a fan di Rodriguez in giro.

I vivi e i morti (House of Usher)

Roger Corman, 1960

Già in un capitolo precedente di “Mi consigli un film?” dedicato a La tomba di Ligeia avevamo parlato di Roger Corman e Vincent Price, rispettivamente regista e attore, che a inizio anni Sessanta si dedicarono a ben otto (!) adattamenti cinematografici (di cui questo è il primo) tratti da Edgar Allan Poe, maestro del brivido letterario.

Uniti dal fatto di essere tendenzialmente girati a basso costo, ma comunque visivamente straordinari grazie a una fotografia in Technicolor che fa risaltare ogni colore e a lussuose scenografie di interni in ville e castelli, i film della serie si distinguono l’uno dall’altro a seconda della capacità degli adattatori di arricchire le poche pagine di un racconto di Poe per farne un lungometraggio compiuto.

In questo caso la storia di partenza è il celebre La caduta della casa degli Usher ed è di ambientazione sette-ottocentesca, con un giovane che si reca a trovare la promessa sposa presso il di lei maniero, ma si rende conto di essere finito in una casa che avrebbe un estremo bisogno di ristrutturazioni, visto che è sul punto di crollare.

Come se non bastasse, il fratello della donna (un Price come sempre sublimemente gigione, biondo platino e vestito amaranto) ha un attaccamento morboso per la sorella e sembra essere perfettamente in linea con la follia dei suoi antenati, tra cui il più onesto è un pluriomicida.

Purtroppo, come spesso capita in questi adattamenti, un raccontino di poche pagine viene talmente dilatato da non offrire una trama all’altezza per tutta la durata, ripiegando su un sacco di brodo allungato con dialoghi banali, appena salvati da belle immagini oniriche dai colori intensi.

Il camorrista

Giuseppe Tornatore, 1986

La metà di febbraio 2021 ha visto i media dare la notizia della morte, dopo quasi un’intera vita in carcere, di Raffaele Cutolo, noto come “’o Professore”, “Don Raffaè”, o più semplicemente il fondatore e leader indiscusso della Nuova Camorra Organizzata, che anche dalle patrie galere decise i maggiori traffici illegali d’Italia negli anni Settanta e Ottanta.

Questo film, che per questioni legali cambia i nomi dei protagonisti ma si rifà alla biografia del boss che scrisse il giornalista Joe Marrazzo, uscì quando Cutolo era già detenuto all’Asinara e la sua spaventosa capacità di influenzare la criminalità organizzata era storia recentissima, e si può dire che si tratti di un vero e proprio “Gomorra prima di Gomorra”.

Dietro la macchina da presa c’è l’esordiente Giuseppe Tornatore (che tre anni dopo sbancherà con Nuovo Cinema Paradiso), di cui si notano già un certo gusto barocco e operistico per le inquadrature ben composte e la tendenza all’epopea fin troppo lunga (2h e 50’).

Il resto è un film biografico che mira a riferimenti alti, Il padrino in primis: il montaggio alternato tra una cerimonia in chiesa e un omicidio; l’uccisione di un boss più anziano per guadagnare notorietà; la presenza di un protagonista carismatico e convincente come Ben Gazzara. Purtroppo però il risultato spesso scade nel televisivo, con una fotografia anonima, cadute di stile nella sceneggiata e un’infinità di trame confuse che sembrano ricordare La piovra più che un unico film. Molto violento e realistico nel descrivere l’anarchia senza pietà dell’ambiente carcerario, con scene di rara sgradevolezza che non sfigurerebbero nel Profeta di Jacques Audiard (2009) o nel Gomorra televisivo.

Mulholland Drive (Mulholland Dr.)

David Lynch, 2001

Una giovane donna innocente e ottimista, Betty (Naomi Watts), arriva a Hollywood col sogno di sfondare come attrice, ma appena arrivata nel suo nuovo appartamento ci trova dentro un’altra donna (Laura Harring), che dopo essere scampata a un incidente stradale non ricorda più nulla del suo passato.

Le due si metteranno in società per fare luce sul mistero dell’identità di quella che si farà chiamare Rita, e nel farlo verranno coinvolte in un inquietante mondo di sicari, registi corrotti e strani locali notturni. Proprio quando sembrerà di essere vicini a una risposta, il film prenderà una piega totalmente inattesa e difficilmente spiegabile se non con la logica dei sogni.

Tra rimandi a Persona di Bergman, La donna che visse due volte di Hitchcock e una critica della Mecca del cinema vicina a Viale del tramonto di Wilder, Mulholland Dr. è stato votato più di una volta come il film più bello degli anni Duemila, ma al di là della cerchia cinefila in pochi lo hanno visto, e anche quando uscì al cinema fu un mezzo fiasco. Se non bastasse, il genere a cui lo si potrebbe ascrivere è quello del giallo, ma l’amara sorpresa è che non c’è alcuna risoluzione, o almeno non nel senso tradizionale del termine.

Che cosa lo rende così straordinario da aver dato vita a interi saggi e a lezioni universitarie dedicate, allora? Probabilmente, proprio la maestria con cui Lynch è capace di illuderci di raccontare una storia “normale” per poi trascinarci di prepotenza nel suo habitat naturale: l’inconscio, l’incubo, il perturbante, l’inspiegabile, offrendoci emozioni fortissime più che comprensibilità razionale. Un film da rivedere più che da vedere, per smaltire la giustificabile arrabbiatura per un finale delirante e cercare di diventare noi stessi investigatori e svelarne il significato, godendoci l’assenza di risposte come una fonte di piacere.

Come commentò l’illustre critico Roger Ebert, è uno di quei film di cui “dici a un amico: ‘Ho visto un film stranissimo stanotte’. Proprio come gli diresti che hai fatto un sogno stranissimo”.

Come sempre, ogni stroncatura di capolavori immortali o apprezzamento di schifezze immonde è pubblicata in piena facoltà di intendere e di volere e non è sottoponibile ad azione penale da parte di cinefili offesi nell’animo.

Alla prossima puntata! (qui l’archivio con tutti gli altri volumi, e qui tutti i film in ordine alfabetico)

2 risposte a "Mi consigli un film? – Vol. 31"

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