Mi consigli un film? – Vol. 39

Consigli per tutti e anche qualche film decisamente sconsigliato, così da evitare rischi.

Se un film tra quelli recensiti vi incuriosisce, provate a dare un’occhiata all’app JustWatch per scoprire se sia disponibile su Netflix, Amazon Prime Video, RaiPlay, Infinity o altre piattaforme di streaming (non mi pagano per la pubblicità!).

E ricordate: Quentin Tarantino non ha mai visto Eyes Wide Shut, dunque nella vita siete ancora in tempo per tutto.

Di seguito le recensioni di: Madame Bovary; Grease; I compariIndependence Day; L’angelo della vendetta (qui l’archivio con tutti gli altri volumi, e qui tutti i film in ordine alfabetico). Via al volume 39!


Madame Bovary

Claude Chabrol, 1991

Emma Bovary, uscita dalla penna di Gustave Flaubert nel 1857, è probabilmente uno dei personaggi romanzeschi più noti di sempre, avendo addirittura dato il nome allo stato d’animo del “bovarismo”, che la Treccani definisce come “insoddisfazione spirituale; tendenza psicologica a costruirsi una personalità fittizia, a sostenere un ruolo non corrispondente alla propria condizione sociale; desiderio smanioso di evasione dalla realtà”.

D’altronde la sua vita non sembra particolarmente cucita su misura per lei: sposata a un medico di campagna nella Francia ottocentesca, madre di una bambina di cui non si cura, la signora Bovary, santa protettrice di tutte le mogli infelici e sognanti, immagina abiti eleganti, balli fastosi e principi azzurri che la portino via, ma i suoi sforzi per esaudire i suoi desideri finiscono in dramma.

In questo adattamento a firma Claude Chabrol, Emma ha il volto perfetto di Isabelle Huppert, capace per natura di fornirle quella dose di antipatia, ambizione e superiorità che ne definiscono la persona: in poche parole, una stronza dopo mezzo minuto sullo schermo.

Il cinema, però, non è letteratura, e se la storia di questa donna così difficile da amare è diventata un classico grazie allo stile certosino di Flaubert, qui nonostante la voce di un narratore fuori campo che ne riprende le parole, del romanzo rimane solo la storia e non le vette della scrittura, come d’altronde già decenni prima aveva fatto quel mattone del Diario di un curato di campagna.

Fin troppo classico nello stile, fin troppo film in costume, fin troppo film francese di una volta, con quella seriosità d’autore che tende pericolosamente al televisivo.

Grease

Randal Kleiser, 1978

Tipico film appartenente a quella schiera di classici che pare di conoscere a memoria anche senza averne mai visto un minuto, considerando quanto è penetrato nell’immaginario collettivo tra canzoni, adattamenti teatrali e immaginario anni Cinquanta. Senza contare poi l’immensa popolarità data a John Travolta, che con l’uno-due La febbre del sabato seraGrease in due anni avrebbe potuto anche smettere di fare film e rimanere comunque un divo.

Se però nel primo (ne parlammo qui), oltre ai balli in discoteca, c’era una trama fatta di ambienti proletari, conflitti famigliari, morti e dialoghi fin troppo realistici, qui siamo di fronte a un film che sembra uscito da un’altra epoca, riproponendo l’immaginario di American Graffiti (1973), ma depurandolo di psicologia e caricandolo di leggerezza.

Grease infatti è solo in minima parte autoironico quando si rifà ai modelli anni Cinquanta: come disse Umberto Eco, “La risposta postmoderna al moderno consiste nel riconoscere che il passato, visto che non può essere distrutto, perché la sua distruzione porta al silenzio, deve essere rivisitato: con ironia, in modo non innocente”, e qui gli sprazzi di ironia e citazionismo distaccato sono solo fugaci.

Per il resto, i protagonisti Danny e Sandy sono invece molto stereotipati e a due dimensioni: lui duro e piuttosto cretino con chiodo di pelle, lei ragazza di chiesa sdolcinata e ingenua stile Doris Day, con scene di corteggiamento che non sembrano essersi spostate di una virgola rispetto a West Side Story (1961).

A dare un po’ di verve e ironia, fortunatamente, la mitica Rizzo (Stockard Channing), e un siparietto dell’ex divo dei teenagers Frankie Avalon che si prende in giro: il resto è una storia per adolescenti che fila liscia come l’olio, con gare di automobili, balli della scuola, milkshake, drive-in e canzoni irresistibili.

Nota critica a margine sull’evoluzione di Sandy, che passa tre quarti di film a piangere sconsolata perché Travolta non la fila e poi si ripresenta tutta in tiro non per fargli capire cosa si è perso, ma per compiacere il suo gusto per le ragazze cattive. Alla faccia dell’empowerment femminile!

I compari (McCabe & Mrs. Miller)

Robert Altman, 1971

Se c’è una carriera registica altalenante e variegata, è quella di Robert Altman: molto prolifico, capace di toccare ogni genere cinematografico, autore di affreschi riconoscibilissimi e maestosi come Nashville, America oggi o I protagonisti, ma anche di tanti film dimenticati e dimenticabili.

In realtà questo I compari è spesso inserito tra i vertici della sua produzione, ma per quanto sia ricco di poesia quotidiana, grandi attori e belle scenografie, il tutto somiglia troppo a uno statico dramma da camera che a un western con un qualche dinamismo.

La storia è quella di John McCabe (un Warren Beatty bene in parte), giocatore d’azzardo che si fa strada in un West brutto, sporco e cattivo, dando subito a vedere che tipo di “eroe” è quando dopo pochi minuti di film compra delle donne da impiegare come prostitute in un locale costruito appositamente.

L’arrivo di Mrs. Miller (una Julie Christie che è una forza della natura), prostituta che si offre di diventare sua socia e gestire il bordello, porterà ottimi affari, un po’ di sentimento, ma anche conseguenze inattese e drammatiche.

Punteggiato da canzoni di Leonard Cohen belle ma troppo invadenti, il film purtroppo sembra più una serie di trattative economiche e di vita quotidiana di un bordello che una storia vera e propria, tanto che la trama intesa come progressione di eventi è difficile da definire.

Un bellissimo finale di duelli silenziosi nella neve che non sarà dispiaciuto a Sergio Leone, ma sicuramente un film più di personaggi e atmosfere che di eventi.

Independence Day

Roland Emmerich, 1996

C’è stato un tempo in cui, come i dinosauri che dominavano la Terra, il signor Roland Emmerich, tedesco di Stoccarda, ha dominato incontrastato il genere catastrofico, infilando uno dopo l’altro film che, da Godzilla a The Day After Tomorrow a 2012, inventavano ogni volta un modo più spettacolare per distruggere il pianeta.

Independence Day è probabilmente il vertice della sua produzione, e potrebbe tranquillamente essere messo in una teca come reperto maximo di Film Catastrofico Anni Novanta, in grado di rimanere sia nella Storia vera e propria (gli attacchi alle Torri Gemelle furono commentati citando ripetutamente il film), sia nella storia del cinema, visto che il suo trailer con la Casa Bianca che esplode fu il capostipite di un nuovo modo di curare i “prossimamente” dei film basandosi sulle scene madri.

La storia? Semplice semplice: come regalo per il 4 luglio, giorno dell’indipendenza a stelle e strisce, alcuni alieni cattivissimi decidono di piazzare le loro astronavi sopra svariate città del mondo e distruggerle senza pietà a forza di raggi laser. Un manipolo di buoni cerca di fermarli, tra cui un Jeff Goldblum (sull’onda del successo di Jurassic Park) che fa il nerd ecologista, un Will Smith militare sempliciotto e un Bill Pullman presidente degli Stati Uniti inzuppato di retorica.

Per il resto, Independence Day è un ibrido scientificamente calcolato tra Incontri ravvicinati del terzo tipo (1978) e Top Gun (1986): da una parte ci sono scene di contatto con gli alieni e di folle che guardano stupefatte in alto che sembrano prese pari pari dal classico pacifista di Spielberg; dall’altra, però, ogni visione anti-goverrnativa di quel film viene eliminata, facendo posto a un pacchiano patriottismo U.S.A. che arriva addirittura a usare come protagonista il Presidente, che per non farsi mancare niente è pure un ex pilota di guerra!

Troppo lungo, troppo retorico e con troppi personaggi, ma uno spettacolone divertente come pochi.

L’angelo della vendetta (Ms. 45)

Abel Ferrara, 1981

Un film di quelli che fanno impazzire i professori di cinema all’università, visto che un po’ come Essi vivono (1988) di John Carpenter, mette insieme un autore dal tratto personale (Ferrara), un genere cinematografico basso (il thriller di vendetta) e un nucleo che sotto la patina da B-movie ha un forte impianto ideologico, in questo caso femminista.

La storia è quella di Thana, giovane ragazza muta impiegata in una casa di moda in una New York degradata e taxidriveriana, che dopo pochissimi minuti dall’inizio è vittima di un terribile stupro in strada da parte di un malfattore con una maschera inquietante in volto (lo stesso Ferrara). Trascinandosi sotto choc a casa, dove vive sola, la poveretta si trova davanti un altro ladro, che, in un caso piuttosto estremo di “avere una giornata no”, la violenta nuovamente sotto minaccia di una pistola.

Questa volta però la ragazza riesce a uccidere il suo assalitore, e da allora si trasforma nell’”angelo della vendetta” del titolo, prima facendo a pezzi il cadavere e sistemandolo in un frigo fortunatamente capiente, e poi cominciando a uscire sistematicamente di casa con trucco e vestiti appariscenti per attrarre uomini malintenzionati e poi freddarli con la sua calibro 45 (se vi ricorda Una donna promettente, non è un caso).

Sfida interessante quella di costruire un film attorno a una protagonista muta, le cui emozioni sono affidate solo alle espressioni del volto da diciassettenne di una grande Zoë Lund (a metà tra Anne Hathaway e Anya Taylor-Joy), e interessante anche che un regista così maschile come Ferrara si sia fatto notare con un film tanto misandrico, dove ogni parola pronunciata da uomini ne esprime la loro bassezza morale e il loro istinto predatorio.

Molto stiloso il finale depalmiano, che con pochi gesti e una sola parola (oltretutto taciuta nella versione italiana) rende il film un buon materiale per interpretazioni femministe. Nota a margine: bellissimo che la stessa panchina romantica davanti al ponte di Queensboro vista nella locandina di Manhattan di Woody Allen qui faccia da location a un sanguinoso suicidio!

Come sempre, ogni stroncatura di capolavori immortali o apprezzamento di schifezze immonde è pubblicata in piena facoltà di intendere e di volere e non è sottoponibile ad azione penale da parte di cinefili offesi nell’animo.

Alla prossima puntata! (qui l’archivio con tutti gli altri volumi, e qui tutti i film in ordine alfabetico)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

INGLORIOUS CINEPHILES

Facciamo cose, vediamo gente

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: